Checklist sala operatoria OMS: cosa controllare davvero tra Sign In, Time Out e Sign Out
Una volta, durante il conteggio finale, mancava un ago.
Per qualche secondo le ipotesi furono tutte plausibili.
Forse era caduto.
Forse era sul tavolo tra i ferri.
Forse era rimasto nella confezione ed era stato buttato.
Forse avevamo semplicemente sbagliato a registrarlo.
Il punto, però, era uno solo: il conteggio non tornava.
Il chirurgo venne avvisato. Si decise di rivedere la ferita e il campo chirurgico. Non trovandolo, si procedette con una radiografia intraoperatoria.
L'ago non era nel campo.
Lo ritrovammo poi a terra, ai piedi del letto operatorio.
Quell'episodio mi è rimasto perché rende molto concreto il senso della checklist: quando qualcosa non torna, non si va avanti facendo finta che sia probabilmente tutto a posto.
La checklist non è un foglio
Quando si parla di checklist di sala operatoria si pensa facilmente a tre parole: Sign In, Time Out e Sign Out.
In realtà la cosa importante non è ricordare i nomi.
È capire perché esistono tre pause precise.
Il Sign In avviene prima dell'induzione anestesiologica e serve a verificare gli elementi essenziali prima di procedere.
Il Time Out avviene prima dell'incisione e serve ad allineare verbalmente l'équipe su paziente, procedura e criticità previste.
Il Sign Out avviene prima che il paziente lasci la sala e serve a chiudere il caso verificando ciò che non può essere lasciato in sospeso.
La modalità concreta, gli item e le responsabilità operative devono seguire la checklist e la procedura adottate dalla propria struttura.
Il valore è fermarsi quando qualcosa non torna
L'episodio dell'ago è avvenuto alla fine dell'intervento.
A quel punto la tentazione psicologica è semplice: il caso è quasi chiuso, siamo stanchi, vogliamo finire.
Ed è proprio lì che una discrepanza può essere vissuta come un fastidio.
Ma un conteggio che non torna non è una seccatura amministrativa.
È un'informazione che deve entrare immediatamente nell'équipe.
La Raccomandazione n. 2 del Ministero della Salute è dedicata proprio alla prevenzione della ritenzione di garze, strumenti o altro materiale nel sito chirurgico. Tempi, modalità e azioni successive dipendono dalla procedura locale.
Quello che non dovrebbe cambiare è il principio:
se il conteggio non torna, il dubbio deve diventare condiviso.
Anche il Time Out funziona allo stesso modo
Il Time Out mi interessa soprattutto per questo.
Non serve a recitare una formula.
Serve a creare un momento in cui le persone giuste ascoltano la stessa informazione nello stesso momento.
Se c'è un problema con il posizionamento, un materiale non disponibile, un dubbio sulla sterilità o un'altra criticità prevista dalla checklist locale, quello è uno dei momenti in cui deve emergere.
Una checklist fatta mentre tutti continuano a fare altro può essere formalmente completata e, allo stesso tempo, perdere gran parte del suo significato.
La pausa deve essere reale abbastanza da permettere di ascoltare e, se serve, fermarsi.
La parte più importante è poter dire “non torna”
Quell'ago, alla fine, era a terra.
Ma prima di trovarlo non potevamo saperlo.
La sicurezza non stava nell'indovinare dove fosse.
Stava nel non ignorare la discrepanza.
Per me questa è una buona chiave anche per leggere tutta la checklist chirurgica.
Non una serie di caselle che dimostra che abbiamo fatto tutto bene.
Piuttosto tre momenti in cui l'équipe si concede il diritto di verificare e, se qualcosa non coincide, di non andare avanti automaticamente.
Al prossimo turno prova a osservare il Time Out o il Sign Out con una domanda diversa:
se emergesse qualcosa che non torna, quanto sarebbe facile dirlo ad alta voce?
Quella risposta dice molto più della velocità con cui viene compilata una checklist.
Il passo successivo
Perché il dubbio diventi davvero informazione condivisa, però, serve una comunicazione chiara.
Continua con Closed-Loop Communication in sala operatoria: quando ripetere una frase può evitare un errore.
Fonti essenziali
Ministero della Salute — Le tre fasi della checklist